Quando il sintomo diventa una soglia da ascoltare

28 agosto 2026 · 6 min
Quando il sintomo diventa una soglia da ascoltare

Ci sono momenti in cui qualcosa interrompe il modo abituale in cui stavamo vivendo.

Può essere sul piano mentale, fisico o relazionale. A volte è semplicemente la sensazione, difficile persino da nominare, che non possiamo più continuare esattamente come prima.

È comprensibile che la prima domanda sia: come faccio a stare meglio? Ma nel lavoro psicoterapeutico può diventare importante affiancarne un'altra: che cosa sta accadendo nella mia vita mentre proprio adesso compare questo sintomo?

Non significa attribuire automaticamente un significato simbolico a ciò che accade. Significa concedersi la possibilità di ascoltare il disagio anche come parte della propria storia.

In questa prospettiva, il sintomo non è soltanto qualcosa da far scomparire il prima possibile, né necessariamente un nemico da combattere. Può diventare qualcosa da ascoltare e comprendere, senza perdere di vista la necessità di alleviare la sofferenza che porta con sé.

Il sintomo non è tutta la persona

Quando soffriamo, facilmente il problema occupa l'intero campo.

  • ·Ho l'ansia.
  • ·Sono depressa.
  • ·Non riesco a dormire.
  • ·Il mio corpo non funziona.
  • ·Le mie relazioni finiscono sempre nello stesso modo.
  • ·Mi fa sempre male la spalla, il ginocchio, l'anca, la testa...

Il rischio è che progressivamente la persona coincida con ciò che le sta accadendo.

In un approccio di psicoterapia integrata si apre uno spazio diverso: io non sono il mio sintomo. Sto vivendo qualcosa che merita di essere compreso, perché anche da lì passa la mia evoluzione, la mia crescita spirituale.

Non si tratta di idealizzare la sofferenza. Un sintomo può essere doloroso, limitante e richiedere interventi di supporto specialistico. Ma accanto alla domanda «come posso ridurlo?» possiamo cominciare a chiederci:

  • ·Che cosa sta cercando di proteggere?
  • ·Quando è comparso?
  • ·Che cosa stava accadendo in quel momento nella mia vita?
  • ·Che cosa succede quando provo a ignorarlo?
  • ·Che rapporto ho con il mio corpo mentre tutto questo accade?

Anche il corpo partecipa alla nostra storia

Non viviamo le esperienze soltanto attraverso il pensiero. Le viviamo respirando, contraendoci, muovendoci, trattenendo, avvicinandoci e allontanandoci. Il corpo partecipa continuamente al modo in cui incontriamo il mondo e le altre persone.

Per questo, in una prospettiva psicoterapeutica integrata, può essere utile non lavorare soltanto attraverso le parole. Il respiro, il movimento, la percezione corporea, l'immaginazione e le pratiche di consapevolezza possono diventare differenti porte d'accesso alla stessa esperienza.

Dal sintomo alla soglia

Una soglia è un luogo particolare: non appartiene completamente né a ciò che lasciamo né a ciò verso cui stiamo andando. Molte crisi psicologiche nascono in una fase di passaggio, durante un cambiamento che non è ancora stato completamente processato.

Una perdita, una separazione, una malattia, un cambiamento importante o una crisi esistenziale possono portarci a domandarci chi siamo, quale direzione abbia la nostra vita, che cosa abbia realmente valore.

Il vecchio equilibrio non funziona più, ma quello nuovo non esiste ancora.

È una condizione scomoda. Vorremmo spesso risolverla rapidamente, tornare alla normalità, recuperare ciò che eravamo prima. Il lavoro terapeutico non consiste né nel tornare indietro, né nel precipitarsi in avanti.

Consiste nell'accompagnare la persona a prendere consapevolezza di che cosa sta comportando quel passaggio, includendo l'esperienza interiore della ricerca di senso: che cosa potrà diventare attraversando quella crisi? Quali risorse e possibilità di cambiamento ancora inespresse potranno nascere?

È qui che, per alcune persone, può aprirsi anche una dimensione transpersonale. «Transpersonale» significa andare oltre il piano orizzontale, legato alla persona, e poter accedere a una dimensione più ampia, verticale, che includa il livello spirituale nel proprio percorso di vita.

Non sempre bisogna sapere già da dove cominciare

Molte persone arrivano a un primo incontro senza avere una domanda perfettamente formulata. Ed è normale. A volte c'è un sintomo. Altre volte una crisi. Altre ancora soltanto la percezione che qualcosa debba cambiare.

Il primo lavoro può essere proprio questo: fermarsi, ascoltare ciò che sta accadendo e comprendere insieme quale percorso abbia senso in quel momento e per quella persona.

Il disagio può allora trasformarsi gradualmente in una possibilità di comprensione, crescita e cambiamento. Ciò che oggi appare soprattutto come un ostacolo può diventare anche un'occasione per conoscersi più profondamente e ritrovare risorse che, in quel momento, sembravano non essere più disponibili.

Qualche volta, proprio ciò che avremmo voluto semplicemente far scomparire diventa il punto dal quale cominciamo finalmente a guardarci in un modo nuovo.

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